Da dieci giorni tornato nel dramma del Bel Paese e ancora non riesco a riprendermi del tutto. Fa freddo, piove, son tutto acciaccato, la benzina è aumentata ancora, la mia adsl è guasta e intanto la pago, il futuro è roseo quanto un maiale. A Valencia ragazzi invece fa calle… 20 o 22 gradi la notte alle 4.00, a fine settembre al mare l’acqua è calla e la notte si passeggia per la calle con lo calle. Parto con alcune certezze: è una vacanza e quindi mi divertirò comunque, Valencia è la terza città di Spagna, la noche valenciana, farà più caldo che in Ciociaria, mangerò paella a mucchi, non farò il giappocinese e manco l’americano.
Partenza all’alba con la Ryan Air ovviamente, in quegli orari che solo la Ryan Air è in grado di fare. Viaggio perfetto, addirittura si parte con cinque minuti di anticipo e si arriva mezz’ora prima dell’orario previsto. Appena sceso si accende la spia sigaretta: devo accenderne una entro cinque minuti pena la disintegrazione. Porto la cicca alla bocca davanti al portone d’ingresso dell’aeroporto e subito mi sento dire: “Non si può fumare qui, devi fumare dentro”. Cazzarola… ma davvero!? Si fuma dentro e non fuori! Fumo e chiacchiero con altri viaggiatori mentre aspetto le valigie e dico: “Questo sì che è un Paese liberale!”. Però con le segnaletiche di indicazione sono davvero delle pippe: non ci vuole molto a mettere un cartello con su scritto BUS, infatti mi guardo intorno incredulo perché cazzo non ci posso davvero credere che mi tocca chiedere dove prendere il bus… e invece mi tocca. Prendiamo il bus con due boys erasmus smarriti come me… arriva la classica circolare, chiedo se è quella per Valencia e l’autista mi dice di getto: “sì… rapido… rapido!”. Ecco appunto… rapido. Quasi due volte stavamo per ammazzarci con quel pazzo al volante, ma vi assicuro che a Valencia è la normalità. Si fa tutto rapidamente, ma con compostezza e bizzarro silenzio. Corre l’autobus, corre l’auto, corre il taxi, corre la gente (chi non corre è senz’altro un turista), corrono i camerieri. ‘Sti Valenciani sono un’autentica furia, tant’ è che d’impatto vi risalteranno come degli immensi cafoni e zappi, e vi assicuro che ho avuto il piacere di imbattermi in alcuni esemplari che un rinoceronte a confronto figurerebbe come un lord, poi invece ci si quasi abitua e si rimane addirittura ammirati e divertiti da cotanta solerzia e naturale lealtà. Lealtà sì… perché i Valenciani non ti sorridono per cortesia per poi riempirti di merda alle spalle. Sono molto diretti e se gli stai sul cazzo ti trattano come ritengono opportuno. Comunque ho incontrato per lo più persone cortesi e assolutamente non strafottenti con lo straniero.
Ci saranno gli italiani a Valencia? Ovviamente… è piena. Gli italiani, si sa, sono dovunque e comunque. Mi fa piacere tra l’altro notare come l’italiano del sud ami visitare il sud degli altri Paesi: pieno infatti di palermitani, calabresi e napoletani. E meno male! Tutti ma veramente tutti divertenti gli italiani che abbiamo incontrato, tranne una che infatti era di Genova e studentessa a Milano. Se la tirava e… Valencia una delusione e qui non c’è niente da fare e no perché io… Geniale il palermitano che dopo averla ascoltata in silenzio assente gli dice con forte accento siciliano: “Ma tu sei venuta qui a studiare!? E allora che vuoi… a studiare devi pensare”. Il Picapiedra è il nostro Macalitte Valenciano. Su Calle Caballeros, la centralissima stradina piena di locali e piena di giovani, culla della movida Valenciana. Qui in questa stradina il fine settimana ci si scorna come tori alla feria di San Firmino. Strapiena di gente è dir poco, ma è una massa che non riesce davvero a crearmi disturbo. Sarà perché tutti si divertono, sarà perché son tutti ‘mbriachi, ma l’allegria vien da sé. Qui dicevo c’è il fantastico Picapiedra, riconoscibile da subito per i punkabbestia seduti davanti alla porta… ovviamente per terra. Il Picapiedra, che non è altro che il nome spagnolo degli Antenati… dei Flinstones insomma, è un piccolo locale su due piani aperti arredato, anzi non arredato, in perfetto stile centro sociale: tavoli puzzi e zoppi, ventilatori dell’ottocento, travi e pannelli al soffitto ripieni di dieci generazioni di polvere, cessi con tranelli vari prima di accedervi e assolutamente non funzionanti, sembra un mercatino dell’usato. Frequentatissimo di tutta bella gente a dire il vero. Perché qui a Valencia nemmeno i punkabbestia rompono i coglioni, gli alternativi sono piuttosto silenziosi ed allegri e davvero si può dire che il Picapiedra ha una clientela variopinta, e per colori e per caratteri. Il ragazzo e la ragazza che lo gestiscono sono fichissimi, i prezzi sono bassi e tutto intorno a te emana un calore particolare. Anche un odore particolare: appena entri senti subito un forte odore di mogano e muschio, poi si attutisce e subentra quello di sidro e quello di erba, che qui si fuma praticamente ad ogni tavolo. Se non ce l’hai poco male, la puoi sempre comprare dal tizio che ti viene a vendere anche suo nonno al tavolo (se ti va di rischiare!), intanto vai a prenderti da solo da bere che è molto più divertente fosse solo per gli incontri che potresti fare al bancone. Tanto al tuo tavolo prima o poi arriverà il tizio a chiederti gli spiccettini, 5 o 10 centesimi, e se tardi a darglieli si alzerà la putrida maglietta e ti farà vedere l’enorme taglio che ha sulla pancia che non so il perché ce l’abbia tanto non si riesce a capirlo. Rum e pera costa due euro, però l’ho pagato anche 2,50 e quattro me li ha fatti pagare 9 euro… il prezzo varia a discrezione di chi ti versa da bere. Va molto un sidro di mele di gradazioni diverse, gli oriundi lo bevono a cannella in speciali brocche che vanno letteralmente a ruba. Ricordo che la sangria qui a Valencia la danno solo al broccone, qualcuno azzarda anche il mezzo litro, è esclusivamente sangria di agrumi ed è ottima dovunque la bevi. Si può ordinare da bere fino alle 01.30 perché i normali pub devono chiudere alle 2.00, inutile provare a farsi dare da bere dopo quell’ora perché i valenciani, a quanto pare, hanno sviluppato una civiltà maggiore della nostra e sanno darsi principi e regole. Niente paura però perché i disco-pub e le discoteche aprono intorno alle 3.00 e 3.30, quindi si tratta di passare da un locale ad un altro tipo di locale. Alle 2.00 in punto di notte scatta l’operazione pulizia della ciudad: netturbini a tutta birra spazzano in qualche frazione di secondo l’intero centro della città a colpi di idrante… chi c’è c’è. La gente sa che si deve scansare per evitare di essere fracicata e non protesta minimamente… tant’ è.
Per quanto riguarda la cibanda non ci si può per niente lamentare. Vista la pochezza della mia saccoccia pensavo di dover mangiare risicato o in posti molto alla buona, ed invece ho potuto fare l’americano anch’io almeno per una volta. La cenetta l’abbiamo fatta sempre in centro in quei locali con tavoli all’aperto che se provi a sedertici a Roma, ad esempio, ti parte mezzo stipendio e mezzo fegato. Dico solo di evitare assolutamente gli specchietti per allodole, leggi menù turistici, tanto economici quanto dannosi. Puoi spendere dai 7 ai 12 euro per un bel pasto completo a base di pesce del giorno prima… se sei fortunato! Meglio fare gli chic e prendere il meglio che c’è, tanto per paella marisco (quella di pesce e più costosa), pulpo o seppia freschissimi e vino, spendi 20 o al massimo 25 euro. Te ne vai sazio e molto soddisfatto… impossibile poi non lasciare la mancia, anche perché la solerzia e spesso simpatia dei camerieri la merita in pieno. In effetti non ti capiterà mai di fare un’attesa, ti servono alla velocità della luce e basta guardarli che loro vengono immediatamente al tuo tavolo. Ti danno anche consigli molto disinteressati e spesso illuminanti: ad esempio non mi capiterebbe mai in un locale turistico italiano di trovare un cameriere che mentre sto ordinando mi dice: “basta… basta… vedrai che è meglio non ordinare altro che questo è più che sufficiente”. Alla faccia dell’onestà! La sensazione indelebile che ti lascia questa rapidità e schiettezza valenciana è che davvero la gente ha voglia di fare il suo lavoro senza farsi soffocare da un’etica fasulla, ha voglia di finire presto per staccare ed andarsene a divertire, ha voglia di regolarità e discrezione perché non vuole assolutamente rotture di palle, ha voglia di mantenere il sorriso comunque perché se no a ‘sti ritmi avrebbero tutti un’ulcera duodenale. Da notare che qui in giro sembrano tutti dei toreri, un po’ Figo un po’ Sanchis e Casillas. L’eleganza dei modi e del sembiante non è proprio di casa. Per il mangiare ci sono anche molti locali chickosi e credo che lì si mangi veramente bene, ma si comincia a spendere dai 40 euro in su, quindi li ho evitati causa forza maggiore. Se la cena è il caso di farla in centro seduti comodamente all’aperto e possibilmente a base di freschissimo pesce, il pranzo invece invita piacevolmente alle ghiottosissime tapas. Ce ne è per tutti i gusti e spesso servite a mò di tavola calda nei frequentatissimi localini del centro. Personalmente mi sento di suggerire due posti che non possono lasciare delusi: la Bodeguilla del Gato e la Taberna El Rebujito. La Bodeguilla del Gato è nella centrale calle Catalans, è aperta solo di sera/notte ed è un posto molto caldo e accogliente, dall’atmosfera gradevole e dal servizio puntuale e gentilissimo, vale la pena andare a fargli una visitina stuzzicante tra tapas y vin. La Taberna El Rebujito invece si trova fuori centro storico, ma a soli settecento metri da Plaza de toros che segna l’inizio, almeno per dove alloggiavo io, della ciudad vecchia. El Rebujito si trova quasi alla fine di calle Càdiz ed è imperdibile per chi vuole deliziarsi con delle ottime tapas. Ho avuto il piacere di consigliare questo locale ad alcune buone forchette palermitane proprio prima di ripartire per l’Italia e puntualissimo all’indomani è giunto un loro sms di ringraziamento per la splendida dritta mangereccia da me resa. La proprietaria del Rebujito si può definire un torero femmina: piglio maschio, rapidità taurina e femminilità azzerata. Però mi sta simpatica, ha un sorriso delicato e sincero, Ilaria si dice convintissima che sia una lesbica con del fascino vero, io invece dico che una così mena di brutto. Comunque qui potete davvero provare tutte le tapas alla cieca, dalla prima all’ultima... fidatevi. Ho ancora in bocca il sapore della buonissima tortilla chorizo (frittatona di patate con speck) e di uno speziatissimo e dolce spiedone di carne e, soprattutto, della straordinaria oreja che sarebbe orecchia di maiale fatta a spezzatino e salsata con un sughetto da mille e una notte: so che l’idea di mangiare un’orecchia di maiale possa far ribrezzo, anche io ero scettico quando mi ha spiegato cosa fosse malgrado me la consigliasse vivamente, poi però mi sono ricreduto perché era veramente un’ingorda chickeria. I Palermitani mi stanno ancora a ringraziare per l’oreja ed Ilaria, che è vegetariana, non smetteva di fare la scarpetta a quel sublime sughetto… di carne e nerbetto.
